sabato 7 giugno 2014

Anniversari e addii: Augusto Roa Bastos


 
Augusto Roa Bastos

Di esilio in esilio

Augusto Roa Bastos, il più grande scrittore paraguayano del ‘900, è morto in una clinica di Asunción, durante l’operazione cui era stato sottoposto in seguito a una caduta. Era nato nel 1917 proprio ad Asunción, da una famiglia della media borghesia, ma era cresciuto a Iturbe de Manora, un paesetto dove si parlava solo guaranì: un bilinguismo che segnò per sempre la sua opera, insieme ai racconti orali, ascoltati durante l’infanzia, sulla guerra della Triple Alianza e sul Paraguay del XIX secolo.

da tradurre: Copi


Copi



Le Ceneri di Copi


“Il giorno dopo la cremazione di Copi, noi che eravamo i suoi tre amici più stretti, e cioè io, Michel Cressole e Guy Hocquenghem, siamo andati a casa di China. Sul tavolo c’era la scatola con la marijuana. La madre era arrivata da poco e parlava male il francese. E aveva assistito Copi in ospedale, non aveva dormito, doveva essere molto stanca. Michel, che era il più audace, le ha chiesto: ”China, possiamo farci una pipa di hasch?”. ”Va bene”, ha risposto lei. Così abbiamo fumato. Poi Michel ha preso la scatola e ha detto: ”Le aveva messe qui dentro, le ceneri di Copi?”. E lei gli ha risposto di sì. Tempo dopo, Michel mi ha detto: “Ti ricordi quando ci siamo fumati le ceneri di Copi?”. Io non mi ricordavo, e ancora oggi non ne sono sicuro”.

da tradurre: Osvaldo Reynoso



Osvaldo Reynoso


Gli Innocenti

Quando nel 1961 apparve il primo libro di Osvaldo Reynoso, Los inocentes, José Maria Arguedas scrisse che l’autore aveva creato uno stile nuovo per un mondo nuovo: “il gergo popolare e l’alta poesia, che si rafforzano e si illuminano a vicenda”. Con questi racconti brevi e audaci, la letteratura peruviana si azzardava a tuffarsi per la prima volta nella lingua di strada e nel gergo giovanile dei bassifondi, usati da un maestro di stile che  insieme a Miguel Gutiérrez, altro scrittore di talento, ha creato negli anni ’60 Narración, un collettivo letterario dalla forte connotazione politica.

da tradurre: Juana Bignozzi



Juana Bignozzi
 

Una poeta oculta 

Molti la considerano la più grande poetessa argentina vivente, ma in italiano (lingua che conosce bene) non è mai stata tradotta, nonostante l’importanza e la vitalità di un’opera che il tempo non ha minimamente appannato e che, capace di elaborare il passato e di procedere verso il futuro con lievi e precisi aggiustamenti, ha continuato a svilupparsi con solida coerenza. Dall’esordio nei primi anni ’60 sino a un decennio fa, tuttavia, Juana Bignozzi è stata anche nel suo paese una poeta oculta, benchè ammiratissima da quanti conoscevano le sue opere, in buona parte pubblicate da Libros de Tierra Firme, la casa editrice di José Luis Mangieri, che fu un punto di riferimento per diverse generazioni di intellettuali argentini.

da tradurre: Lolita Bosch



          

Lolita Bosch


 
Voci


Barcellona, 1951. Un bambino e la sua tata stanno per prendere il tram, quando un tizio col cappello cerca di saltare la coda e un uomo dai capelli grigi gli grida: “Ei, el del berret!”. Subito un giovanotto si volta e gli dà un ceffone, dicendo: “Se dice el sombrero!”, ma nessuno reagisce. Tutti abbassano gli occhi, incluso l’uomo schiaffeggiato che ha commesso l’errore di parlare in catalano, lingua “sovversiva”  degradata dal franchismo a semplice dialetto ed esclusa dall’insegnamento scolastico. Se conosciamo l’episodio è perché il bambino con la tata era Romul Bosch, discendente di una illustre famiglia barcellonese  e futuro padre di Lolita Bosch, una delle voci femminili più note e seguite della giovane letteratura catalana, che racconta la scena in un suo incantevole esercizio di autoficción, La familia de mi padre (Mondadori, 2008), romanzo costruito a partire da materiali autobiografici e memorie familiari.

lunedì 2 giugno 2014

da leggere: José Donoso

José Donoso

Tre romanzetti borghesi

Narramerica: così si chiama la collana creata dall'Istituto Italo-Latino Americano insieme alla casa editrice Fahrenheit 45, con lo scopo di far conoscere ai lettori italiani le tante e diverse voci di una  letteratura che coniuga un passato straordinario a un presente insolitamente ricco, specie se lo si paragona a quello spesso stanco, fragile e opaco di altre zone del mondo. L'ultimo frutto di questa collaborazione tra un piccolo editore e un'istituzione che si propone come ponte fra la nostra realtà culturale e quella latinoamericana, è l'intelligente recupero di “Tre romanzetti borghesi” (tre romanzi brevi di José Donoso, pubblicati per la prima volta nel 1973) in una edizione con testo a fronte che permette di apprezzare l'ottimo lavoro di Teresa Cirillo Sirri, alle prese con un testo che, come tutti quelli dell'autore cileno, appare così scorrevole e “naturale” da mascherare le considerevoli difficoltà con cui il suo traduttore deve misurarsi.

martedì 1 aprile 2014

Anniversari e addii: José Emilio Pacheco

José Emilio Pacheco


Non tornerà, eppure non se ne andrà mai

Il quattordici gennaio 2013 se n’è andato il suo amico e vicino di casa Juan Gelman (entrambi vivevano nella Colonia Condesa, a Città del Messico), del quale si definiva “lettore intimo”, e a lui, alla sua ventennale presenza nella capitale messicana, José Emilio Pacheco aveva dedicato la sua ultima rubrica sulla rivista Proceso, una colonna settimanale intitolata Inventario che per anni è stata una sorta di bussola non solo letteraria, ma anche etica e civile per i suoi numerosissimi e fedeli lettori. Terminato nel pomeriggio di venerdì, l’articolo era destinato a uscire il giovedì successivo, come sempre: e invece lo si può leggere già ora sul sito della rivista, in memoria non solo del grande poeta argentino, ma dello stesso Pacheco che, ricoverato sabato dopo un banale incidente domestico, è morto domenica “tranquillo, in pace e sulla breccia come ha sempre desiderato”, secondo le parole di sua figlia Laura Emilia, lasciando al Messico e al mondo una straordinaria opera poetica che ne fa uno degli autori di lingua spagnola più importanti del ‘900.