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Luis Landero |
Un fiume di veleno
Un bambino di campagna che si
trasferisce a Madrid e cresce senza libri; un ragazzo ribelle, meccanico per
qualche mese, chitarrista di flamenco per qualche anno; uno studente della
Complutense e poi un professore di letteratura: Luis Landero, nato ad
Albuquerque nel 1948, è stato anche questo, ma, a partire dal fortunatissimo
esordio nel 1989 con Juegos de la edad tardía,
è in primo luogo uno scrittore, considerato in Spagna uno dei più importanti
tra quelli che hanno cominciato a pubblicare dopo la transizione alla
democrazia.
Quando affrontano la sua narrativa
(undici romanzi in poco più di trent’anni e, nel 2022, un riconoscimento
importante come il Premio Nacional de las Letras Españolas), i critici non mancano di
sottolinearne il rimando a Cervantes, evidente nella struttura dialogica, nel
vivo senso dell’umorismo, nel gusto per la parodia e infine in una scrittura
che, quasi barocca agli inizi, è approdata a una fluida semplicità.
Una delle costanti dell’autore,
oltre a quella che potremmo chiamare una sottile epica dell’uomo comune (ma non
sprovvisto di tratti stranianti e bizzarri), è l’importanza accordata all’atto
del narrare, al racconto di sé con cui ognuno cerca di realizzare, scriveva
Ortega y Gassett, «il personaggio immaginario che rappresenta il suo vero io». Ma le
parole non sono mai inoffensive, «le storie non
sono mai innocenti, non del tutto innocenti», dichiara Landero nell’incipit di Pioggia
sottile (Fazi, pp. 236, e. 18,50), il terzo fra i suoi romanzi ad apparire
in italiano dopo Giochi tardivi (Feltrinelli 1991) e La vita
negoziabile (Mondadori 2018), ora in libreria nell’ottima traduzione di
Giulia Zavagna, fedele alla ricchezza lessicale del testo.
Quanta verità ci sia nell’avvertimento
che «qualcosa nelle parole comporta un rischio, una minaccia», lo si potrà
scoprire in queste pagine ispirate da una notizia di cronaca su una riunione di
famiglia conclusa con un morto e tre feriti; la sua lettura, dice Landero, ha
suscitato «un’intuizione, un raptus», da cui è nata una storia densa di ombre su
una famiglia composta da due figlie divorate dal risentimento, un figlio con la
sindrome di Peter Pan e una madre autoritaria e anaffettiva.
La bandiera della madre è il
sacrificio: per lei la vita è stata una battaglia senza tregue né sorrisi,
tanto più dopo la morte precoce del marito, uomo allegro e vitale che inventava
per i suoi bambini le avventure di un improbabile antenato, il Grande Pentapolín (un esplicito riferimento al capitolo
XVIII del Don Chisciotte). Disastroso
è il rapporto con Andrea,
la figlia minore, che la accusa di nefandezze assortite e del fallimento del
suo sogno di unirsi a un gruppo heavy metal, mentre Sonia, bella e obbediente, rinfaccia
alla madre di averle imposto, appena quindicenne, un matrimonio presto fallito con
il ricco e viscido Horacio, commerciante dalle segrete tendenze pedofile.
Gabriel, in quanto maschio, è stato
esentato da compiti domestici, ha beneficiato del privilegio di frequentare l’università
e ora è un indolente professore di filosofia con qualche lato oscuro. È lui, il
figlio prediletto, a proporre una cena per celebrare gli ottant’anni della madre:
un’idea sciagurata, che fa riaffiorare anni di ricordi rabbiosi e colloca nell’occhio
del ciclone sua moglie Aurora, alla quale tutti i membri della famiglia affidano
le proprie personali verità, sciorinando torti veri o presunti e servendosi della
paziente ascoltatrice come di una discarica emozionale. E da ogni tuffo nella
palude del racconto tutti sembrano emergere rinfrancati, tranne la mite ed
empatica Aurora, che non li zittisce e non li giudica, ma, esasperata quanto incapace
di sottrarsi, nelle ultime righe si abbandona a un gesto estremo di rivolta,
che spiazza e sorprende il lettore.
Pioggia
sottile è un romanzo corale, un caleidoscopio di racconti in cui ciascuno fornisce
una differente versione degli stessi episodi, un fiume di chiacchiere velenose che
si intersecano e si intrecciano in una sorta di complesso gioco a incastro, costruito
con grande naturalezza e senza sforzo apparente. Un avvincente saggio di
bravura con cui Landero si conferma un narratore d’eccezione, che stavolta
sostituisce ai suoi consueti protagonisti maschili ondivaghi e velleitari un
collettivo in cui predominano le voci femminili, mentre il tono si fa più amaro
e disilluso, anche se non prescinde mai dall’intenzione ludica e da quella “ironia
compassionevole” di stampo cervantino che sono il suo marchio di fabbrica.
Oltre a
evocare rapporti familiari cementati dal rancore, piuttosto che dall’affetto o
dalla riconoscenza, nonché l’immagine di una maternità “nemica” (o vissuta come
tale) e lo spettro generazionale di una Spagna succube dei traumi della guerra
civile, condensati nel personaggio della madre, il romanzo insinua riflessioni
più ampie sul ruolo della memoria nel reinventare e “adattare” il passato, sull’incerta
frontiera tra narrazione e vita, e soprattutto sulla torrentizia esibizione dei
fatti propri che, pur pretendendo ascolto, sembra prescindere dall’ascoltatore.
E ai lettori non potrà sfuggire un possibile parallelo (proposto dallo stesso
Landero in articoli e interviste) tra la fabulazione familiare di Pioggia
sottile e l’astiosa fonosfera pubblica nel cui ronzio incessante tutti
siamo immersi, che lo vogliamo o no.
Questo articolo è apparso sul quotidiano il manifesto nel febbraio del 2023