mercoledì 8 maggio 2019

Da leggere: Nona Fernández


Nona Fernández


Un Bruce Lee di quartiere

In Cile, la transición a la democracia, ovvero il passaggio dalla dittatura a un governo regolarmente eletto, fu un processo del quale il potere militare non perse mai il controllo, imponendo ulteriori politiche neoliberiste, impunità, silenzio e oblio, così che presente e futuro del paese non fossero turbati da voci scomode che reclamavano i corpi dei desaparecidos, denunciavano torture e sequestri, chiedevano di fare i conti col passato. Una gigantesca reductio ad silentium che ha avuto profonde ripercussioni sulla scena letteraria degli anni Novanta, quando gli ammutoliti scrittori cileni, messi a tacere oppure emigrati dopo il colpo di stato, ritrovarono la voce e manifestarono atteggiamenti contrastanti nei confronti della memoria collettiva, rimuovendola radicalmente o, all'opposto, attingendovi con abbondanza e in modi assai diversi. Solo con il nuovo secolo si sarebbe affermata quella che critici come Rodrigo Cánovas o Ignacio Echeverría definiscono rispettivamente "letteratura dell'orfanezza" o "romanzo dei figli della dittatura", prodotta da coloro che sono stati bambini sotto il regime di Pinochet, e la cui voce implica la necessità reinterpretare il presente alla luce della catastrofe che l'ha prodotto.

domenica 5 maggio 2019

Da leggere: Manuel Puig

Manuel Puig


Lontano dall'Argentina. Puig, dalla censura all'esilio

E' quasi impossibile affrontare "The Buenos Aires Affair", terzo romanzo di Manuel Puig appena riproposto da Sur (pag. 253, e. 16,50) e pubblicato per la prima volta da Editorial Sudamericana nel 1973, senza fare riferimento al singolare destino del libro e al ruolo che ebbe nell'allontanare l'autore dall'Argentina, dove non sarebbe mai più tornato. Dopo la buona accoglienza riservata a "Il tradimento di Rita Hayworth", opera prima apparsa nel 1968, e poi a "Una frase, un rigo appena" (Sur, 2018), entrambi fondati sull'infanzia e l'adolescenza vissute a General Villegas (il paese della pampa seca dove Puig era nato nel 1932), "The Buenos Aires Affair" fu infatti preso di mira dalla censura e ritirato dalle librerie, per ritornarvi costellato di cancellature - un industrioso lavoro artigianale, eseguito da mani armate di bianchetto - e finire al macero dopo breve tempo.

Da leggere: Màrius Serra

Màrius Serra


Libri, rose e delitti

 Chi conosce Barcellona lo sa: il 23 aprile, giorno di Sant Jordi (ovvero San Giorgio, corredato di armatura e drago regolamentare), servono un'infinita pazienza e un'assoluta mancanza di fretta per farsi largo tra le migliaia di persone e le centinaia di bancarelle e di gazebo che riempiono il centro. Nessuna città, probabilmente, può vantarsi di una festa popolare (non un Salone, non una Fiera e nemmeno un festival) capace di raccogliere una simile folla attorno ai libri e, secondo tradizione, anche alle rose, preferibilmente rosse come il sangue del drago ucciso, dal quale nacque un maestoso rosaio. Da qui l'uso di offrire alle donne, nel giorno in cui il santo andò incontro al martirio, una rosa che è simbolo di amor cortese.

mercoledì 17 aprile 2019

Da leggere: Juan Rodolfo Wilcock


Juan Rodolfo Wilcock


Il portacenere più cattivo d'Italia.

Chiunque affronti la figura e l’opera multiforme e ricchissima di Juan Rodolfo Wilcock, nato a Buenos Aires cento anni fa, esordisce con un riferimento al suo abbandono del paese di origine, nel 1957, per stabilirsi in un'Italia della quale avrebbe adottato la lingua, usandola con cristallina eleganza per scrivere romanzi, racconti e poesie, nonché innumerevoli articoli, elzeviri e recensioni (per lo più ironici e giustamente velenosi) su quotidiani e riviste come la Voce Repubblicana, Il Mondo, L’Espresso e altri ancora. Anche se non fu l'unico argentino, in quegli anni, a scegliere di espatriare e rinunciare alla lingua materna - sia Copi che Hector Bianciotti, emigrati a Parigi, optarono per il francese - la sua decisione sembra suscitare ancora oggi interrogativi e curiosità, forse perché contravviene al consueto stereotipo dell'esilio (“quasi una tradizione” per gli autori argentini, scrive Ricardo Piglia), come a quello dell'intellettuale latinoamericano del secolo scorso, irresistibilmente attratto dalla calamita culturale parigina, o dal richiamo della otra orilla spagnola.

mercoledì 3 aprile 2019

Da leggere: Paulina Flores


Paulina Flores


La vergogna, un filo tenace e sottile

Una comuna, cioè un enorme sobborgo nato dalle occupazioni dei terreni nella zona nord di Santiago, durante la migrazione interna che nel secolo scorso portò nella capitale più di un milione di persone: questo è Conchalí, abitato soprattutto da famiglie operaie e piccolo borghesi in perpetua lotta con la disoccupazione e la crisi economica. Qui, nel 1988, è nata Paulina Flores, nome nuovo della letteratura cilena, che con il suo primo libro (il secondo, un romanzo, arriverà quest’anno) ha vinto alcuni premi importanti, è stata tradotta in diverse lingue e si è attirata le lodi unanimi della critica. Un’autrice cresciuta in una casa modesta dove i libri scarseggiavano, ma folgorata a vent’anni da una vocazione improvvisa: scrivere, e prima ancora leggere, leggere moltissimo, mentre studiava all’università, vinceva borse di studio, lavorava come cameriera o bibliotecaria e frequentava il laboratorio di scrittura di Alejandro Zambra, autore celebre che tra i primi ne ha sostenuto il talento.

lunedì 18 marzo 2019

Da leggere: Clara Usón

Clara Usón

Riflessione filosofica sul suicidio.

Chi ha letto “Valori” (Sellerio 2016), settimo romanzo di Clara Usón, si sarà certamente reso conto dell'abile gioco portato avanti dall'autrice: raccontare, mescolando fatti reali e immaginazione, storie distanti nel tempo e nello spazio, che sembrano non aver nulla a che fare l'una con l'altra e i cui fili, invece, si intersecano e si intrecciano fino a giustificare il “disordine” apparente della narrazione. Sin dal suo debutto letterario con Noches de San Juan, nel 1998, Usón (nata a Barcellona nel 1961 e nota soprattutto grazie a un altro romanzo di grande successo, “La figlia”, sempre pubblicato da Sellerio) è andata definendo e raffinando questo procedimento di complessa “tessitura”, che sfocia ora nel disegno quasi labirintico di “L'assassino timido” (Sellerio, pp. 186, e. 15, nella bella e sensibile traduzione di Silvia Sichel), la sua opera più recente e forse la più matura e personale.

giovedì 21 febbraio 2019

Da leggere: Adriàn Bravi


Adriàn Bravi


Lingue e popoli di una terra remota

Sono più o meno vent’anni che Adriàn Bravi, nato vicino a Buenos Aires nel 1963 e dagli anni ’80 residente in Italia (dove fa il bibliotecario all’Università di Macerata), scrive in italiano, lingua in un certo senso ereditata, ma che, in quanto argentino di seconda generazione, nipote di emigranti marchigiani, aveva ormai perduto. Già nel 2004, tuttavia, è apparso il suo primo romanzo pensato e scritto in italiano, seguito da altri cinque, tutti pubblicati da Nottetempo: storie bizzarre, svagate e insieme profonde, sottilmente umoristiche, che a volte nascono dal ricordo e dall’immagine di una remota Argentina e testimoniano la fecondità di un complesso incrocio linguistico e culturale. Non c’è da stupirsi, dunque, che la lingua, anzi le lingue (usate, dimenticate, evocate, “luogo” di sentimenti ed emozioni) siano uno dei temi principali dell’ultimo romanzo di Bravi, “L’idioma di Casilda Moreira” (Exorma, pag. 187, e. 15,50), in cui un giovane studioso lascia le colline delle Marche per raggiungere la Patagonia, dove, gli ha raccontato un suo eccentrico professore, vivono due anziani tehuelches, superstiti di un popolo decimato e disperso, e ultimi a parlare una lingua in procinto di scomparire. Da anni, però, i vecchi non si rivolgono la parola: le frasi usate nei giorni di un amore poi tradito, tanto e tanto tempo prima, per loro sono inutilizzabili, morte insieme a quel sentimento. Ma Annibale è così ostinato che riuscirà a provocare e registrare un loro dialogo, forse l’ultimo…