sabato 7 giugno 2014

da leggere: Enrique Serna

Enrique Serna
  

Un romanzo maledetto 

In Messico, come in  tutta l’America Latina, la novela negra ha visto crescere le proprie fortune a partire dagli anni ’70, quando la letteratura di genere pareva l’unico spazio in cui fosse ancora possibile praticare un minimo di critica sociale in contesti repressivi. Oltre a mettere in piedi un enigma degno di tale nome, quindi, era fondamentale saperlo innestare in una realtà riconoscibile e disegnata senza la minima compiacenza. In questo senso la novela negra messicana oltrepassa i confini del genere e si propone come autentico romanzo realista della seconda metà del novecento, fondato su un duro discorso di confronto con il potere e praticato non solo da autori “specializzati”, ma anche da parecchi insospettabili (perfino Carlos Fuentes  ci si è cimentato).
Non a caso Paco Taibo, uno dei più noti fra gli autori messicani di “romanzi criminali”, sostiene che i noir scritti nel suo paese sono intrinsecamente di sinistra e che a determinarne il successo sono stati autori appartenenti a una generazione di “trasgressori molto politicizzati, furibondi con il sistema. Il risultato è stato una novela negra alla messicana, ossia un poliziesco in cui i poliziotti sono figli di puttana e tutti gli altri sono i buoni”.
La definizione è divertente, ma, tenuto conto della mutazione che questo tipo di romanzo ha subìto dagli anni novanta a oggi, si dovrebbe correggerla per avvenuta scomparsa dei “buoni”.  Il gioco sembra ormai diventato un “cattivi contro cattivi” senza esclusione di colpi, che genera piccole epopee violente e vitali, spesso illuminate da uno humour nero estremo ma salutare, e sempre inclini a scivolare verso una commistione di generi libera da ogni vincolo. Un esempio perfetto di questa novela negra cattivissima e irridente è “La paura degli animali” (Voland) di Enrique Serna, un autore da noi quasi ignoto ma che rappresenta una vera scoperta, e che Raul Schenardi ha ottimamente tradotto in italiano, rendendo con abilità una scrittura veloce e rude, non aliena dal satireggiare quella dell’hard boiled classico.
Di Serna, nato a Ciudad de México nel 1959, i lettori italiani conoscevano finora soltanto “Angeli dell’Abisso” (edizioni e/o), fluviale romanzo dalla complessa trama a sfondo storico ambientata nel Messico del XVII secolo, e, anche se l’autore non è nuovo a opere di questo tipo (nel 1999 ne ha pubblicata una altrettanto imponente, intitolata El seductor de la patria e dedicata agli anni della dittatura di Santa Ana), il resto della sua produzione è però molto diverso: Serna, infatti, viene innanzitutto considerato un maestro del racconto e un romanziere sarcastico e iconoclasta, capace di  sovvertire e disintegrare tutti i luoghi comuni e gli stereotipi della “messicanità”, come ha fatto in Uno soñaba que era rey (1989) e Señorita México (1991), nei quali i meccanismi della novela negra vengono riutilizzati con la massima libertà insieme a personaggi e situazioni mutuati dalla cultura popolare più bassa ( giornali scandalistici,  telenovelas,  TV spazzatura).
In “La paura degli animali” (dove “animali” sta per poliziotti), che è del 1995, il medesimo meccanismo viene messo a punto e fatto funzionare impeccabilmente a partire da una frase di Balzac, unica citazione di tutto il libro e suo perfetto riassunto: “Non c’è gran differenza tra il mondo politico e quello letterario. In entrambi i mondi incontrerai solo due tipi di uomini: i corruttori e i corrotti”. Seguendo il filo di un costante parallelismo tra il funzionamento della vita politica e di quella culturale, Serna racconta con abbondante ed esilarante perfidia la storia di un antieroe, Evaristo Reyes, giornalista fallito che si è arruolato nella polizia giudiziaria con la speranza (o l’illusione) di scrivere un romanzo-inchiesta alla Truman Capote, e poi è rimasto intrappolato in  un impiego fisso che gli costa frustrazioni e complicità umilianti, esponendolo alle fantasiose angherie del suo capo Maytorena, un sanguinario cocainomane con il vizio dei travestiti.
Forse per un residuo senso di dignità e di solidale compassione, Reyes decide di salvare Roberto Lima, scrittore che nessuno legge e autore di articoli sovversivi, ma si ritrova di fronte al suo brutale omicidio, che però non è opera della polizia ma di un assassino misterioso. E sarà per cercare il colpevole che Evaristo penetrerà nei più esclusivi circoli letterari della capitale, scoprendo una serie di nefandezze che gli faranno considerare l’ambiente della Policia Judicial come una boccata d’aria pura: di sorpresa in sorpresa, l’autore porta il suo personaggio sulla soglia prima della rovina e poi del riscatto, riservando al lettore un brillante colpo di scena finale.
Novela negra perfettamente riuscita e allo stesso tempo parodia della medesima, “La paura degli animali” è stata definita da qualcuno il “romanzo maledetto” di Serna: maledetto da tutto il mondo culturale messicano, ovviamente, perchè si tratta di una furibonda storia a chiave popolata dalle caricature grottesche e riconoscibili di scrittori, giornalisti e poeti. Nel corso del suo viaggio allucinato all’interno delle “belle lettere“ e dell’editoria messicane, del resto, Serna non risparmia nessuno e niente: simulazione, corruzione, ipocrisia sono le tappe della corsa verso il successo e i primi posti nelle classifiche, insomma verso un potere che prescinde dalla qualità letteraria e si fonda sulla vendibilità di un’immagine abilmente costruita, quanto su una rete di relazioni e favori quasi mafiosi.
Paradossale e portato all’estremo, questo quadro del mondo letterario tracciato da un autore che in fin dei conti ne fa parte non esclude affatto, tuttavia, la constatazione che la letteratura è e resta uno dei motivi per cui vale la pena di vivere, come Evaristo scopre quando lo rinchiudono in carcere, accusandolo dello stesso delitto su cui ha indagato. E’ in prigione, infatti, che scriverà un romanzo destinato a diventare un caso e nel quale narra la sua indagine: quello stesso romanzo  che il lettore ha appena concluso e che parla finalmente della vera verità, quella che si può dire soltanto attraverso una storia perché, come tutti sanno, quasi mai risulta credibile. “La paura degli animali” è anche questo, un romanzo sul complesso rapporto tra verità e menzogna, e non è un caso che ci arrivi proprio dal Messico, un paese che ha da sempre un profondo bisogno di  riconoscersi in un “racconto” diverso da quello ufficiale, costruito su complicità innumerevoli che stravolgono e occultano i fatti per trasformarli in una fiction funzionale al potere politico ed economico. Non per niente, spiegando in un articolo la genesi del suo Las caricaturas me hacen llorar (1996), Serna ha scritto che “da qualche tempo il giornalismo si è trasformato in un genere narrativo per la leggerezza di molti giornalisti che si vantano di essere intimi delle alte sfere del potere (come se questo fosse un riconoscimento della loro bravura) e pretendono di conoscere di prima mano tutto quello che si dice nell’ufficio, nell’alcova e nel cesso del Signor Presidente. Se i giornalisti fanno letteratura, noi scrittori abbiamo diritto a cercare la verità alla nostra maniera”.

Questo articolo è uscito su Il Manifesto nel febbraio 2006