sabato 7 giugno 2014

Da leggere: Yuri Herrera


Yuri Herrera




Di artisti, narcos e re

«México lindo. Libreria dell’aeroporto. Titoli in prima fila, da sinistra a destra: Storie di impunità; I complici del presidente; Paese di menzogne; La sfida di Calderón e la nuova mappa del narcotraffico; Le storie nere del narco, impunità e corruzione in Messico; Cronache di sangue; Gli stregoni del potere, e un esplosivo eccetera. Si direbbe che ci sia più entusiasmo che indignazione verso i crimini, gli scandali e le catastrofi. Non so se questa bibliografia denuncia un commercio o ne fonda un altro». Di passaggio a Città del Messico, lo scrittore argentino Andrés Neuman registra questa rapida impressione nella cronaca di viaggio Como viajar sin ver (Alfaguara, 2010), e il suo colpo d’occhio sembra confermare quanto lamentano alcuni scrittori e critici messicani, tra i quali Rafael Lemus e Jorge Volpi: dagli anni ’90 in poi, come osserva il romanziere Hermann Bellinghausen, attorno al narcotraffico è nata una vasta produzione editoriale composta da “opere letterarie ma non proprio, giornalistiche ma non proprio, analitiche ma non proprio”, insomma una narcoliteratura che secondo i suoi detrattori rischia di configurarsi come un genere redditizio e alla moda, ripetitivo e frettoloso.

Ma c’è anche chi sottolinea autorevolmente l’impossibilità, perfino per una narrativa che scelga di parlare d’altro e consideri troppo “facili” le storie di sicari e polizia corrotta, di sorvolare su qualcosa che sconvolge una nazione fino alle fondamenta e ne modifica non solo quotidianità, ma anche i valori e l’immaginario, generando una sottocultura potente e invasiva.

Certo, la sovrabbondanza di narrazioni porta spesso con sé un sensazionalismo di maniera, o si affida a uno schema sempre uguale: lo confermano le molte analisi sulla rappresentazione letteraria del narco, il cui frutto sono saggi di enorme interesse, da quelli della croata Diana Palaversich (The Politics of Drug Trafficking in Mexican and Mexico-Related Narconovelas) a quelli dell’ecuadoriana Gabriela Polit (La persuasiva escritura del crimen: literatura y narcotráfico), che da anni studiano la narcoliteratura non solo messicana. Dal magma di una letteratura di consumo che è sia riflesso immediato della realtà, sia prodotto sollecitato e richiesto dall’editoria nazionale e straniera, che la impacchetta e la vende come ramificazione del thriller e del noir, spuntano però anche autori di grande spessore, lontani dall’adeguarsi alle pretese standardizzanti del mercato e capaci di trasformare il lato oscuro del Messico in una narrativa ricca di fascino, energia e novità anche formali. Uno di loro è senz’altro Yuri Herrera, nato nel 1970 nello stato di Hidalgo e laureato a Berkeley, che con due brevi romanzi (Trabajos del reino, Fondo Editorial Tierra Adentro, 2004, e Señales que precederán al fin del mundo, Editorial Periférica, 2009) si è imposto come uno dei migliori scrittori latinoamericani di oggi, come i lettori italiani potranno scoprire leggendo la sua opera prima, La ballata del re di denari, appena pubblicata da La Nuova Frontiera nella traduzione di Pino Cacucci, chiamato a fronteggiare le difficoltà di un linguaggio solo in apparenza semplice, in cui trovano spazio sia la poesia che le voci della strada.

Si sa che l’uso di registri linguistici differenti è tipico della narcoliteratura, che adopera con disinvoltura lo spagnolo quasi intraducibile della Frontiera e il gergo dei narcos, e ci si potrebbe aspettare che Herrera si adegui a una convenzione consolidata. Ma il perfetto equilibrio tra lingua popolare e secco lirismo, tra asciuttezza e musicalità, raggiunto dall’autore con un accanito lavoro di limatura, rimanda più a Juan Rulfo – maestro del novecento messicano che in Pedro Paramo ha filtrato e reinventato le parole dei contadini e dei paesani – che all’iperrealismo linguistico di tanti narcoromanzi, cui corrisponde quello di trame e personaggi modellati su una cronaca alla quale è difficile tenere dietro, tanto è rapida la sua sanguinosa evoluzione. A questo inseguimento Herrera si sottrae non perché rifiuti di riprodurre una realtà atroce, ma perché allo stereotipo preferisce l’archetipo, raccontandoci una sorta di fabula essenziale i cui personaggi, come nella fiaba popolare, vengono identificati da pochi tratti distintivi e non hanno nomi propri, ma sono indicati dalla loro funzione: il Re, il Gioielliere, La Bimba, la Strega, il Giornalista, il Gerente, il Dottore. Il commercio della droga non è mai citato, il luogo non è specificato (ma il lettore non ha dubbi: il Re è il capo di un “cartello”, la città incollata alla Frontiera somiglia a Ciudad Juárez), la rinuncia alle descrizioni è quasi totale e concede solo dettagli nitidissimi: le cicche che fioriscono dalla segatura sul pavimento come da un prato, il volantino con l’appello per una ragazza scomparsa, una gola tagliata da un’estremità all’altra… E il punto di vista della narrazione non è quello ormai abituale del sicario e del trafficante, oppure dei loro avversari o vittime, ma appartiene a Lupo (l’unico ad avere un nome, subito nascosto dietro l’appellativo di Artista), un povero cantante di corridos che si esibisce per chi lo paga.

Stregato dalla presenza del Re e dal gesto con cui amministra una sorta di barbara giustizia, l’Artista ne diventa il cantore e si installa a “corte”, in un edificio che trabocca di lotte intestine e segreti. Suo compito è celebrare il potere del Re attraverso il ritmo di una musica antica e popolare trasformata in una tentacolare chanson de geste (ma anche in un modo per lanciare messaggi, minacce, avvertimenti) che in Messico si chiama narcorrido, o anche corrido pesado o perrón, cantato da gruppi e solisti ormai celebri, a volte al servizio dei cartéles come Beto Quintanilla o il leggendario Chalino Sánchez, ucciso nel ’92 dopo un concerto. Corridos pesados («[…] non canzoncine della buonanotte, il corrido non è un quadretto da appendere alla parete. È una verità e un’arma») sono appunto quelli dell’Artista, che, rifiutati dai circuiti ufficiali, dilagano ovunque in città, carichi di ammirazione per l’uomo forte e maestoso che gli ha finalmente dato un posto nel mondo. Quanto il suo ruolo sia illusorio e fino a che punto i cortigiani, lui incluso, siano semplici oggetti, strumenti intercambiabili, l’Artista lo scopre a poco a poco, mentre osserva con occhio quasi innocente, ma attento a ogni contraddizione, le trame di palazzo, i cadaveri scannati e una donna prigioniera e ribelle che lo turba e lo inquieta. Finché un corrido sbagliato, scritto con passione e compassione, segna la sua disgrazia, spingendolo verso la libertà e costringendolo a vedere il Re com’è veramente: «Un poveraccio tradito. Una goccia nel mare di storie umane. Un uomo senza alcun potere sulla fervente fucina che era la testa dell’Artista».

Proprio come quella del linguaggio e dello stile, nel romanzo di Herrera anche la semplicità della trama è del tutto ingannevole, e non è difficile rendersi conto che un testo così trattenuto e così alieno dal cedere a qualunque compiacimento si offre a molte letture diverse. La prima, la più immediata, è quella che vede in La ballata del re di denari un anomalo romanzo nero sui meccanismi interni e soprattutto sui miti del narcotraffico (morte, sangue, potere, denaro, donne come vuoti a perdere, machismo esasperato, intreccio fra sacro e profano). La seconda è quella della decana del Messico letterario, Elena Poniatowska, che parla di “una critica sociale dal contenuto assolutamente politico”, un’allegoria della “dittatura travestita” nata a ridosso della Rivoluzione. Ma alla luce del percorso compiuto da Lupo, del suo interrogarsi su quel che c’è dietro “il muro delle cose”, e di un finale in cui l’Artista recupera il suo nome e riconosce se stesso, verrebbe da dire che questo è anche un poetico e sinistro romanzo di formazione, da accostare, nonostante le molte differenze, a Fiesta en la madriguera (Anagrama, 2010), la notevole opera prima di un coetaneo di Herrera, Juan Pablo Villalobos – in Italia la pubblicherà Einaudi Stile libero –, che racconta la vida narco attraverso lo sguardo di un bimbetto, figlio del capo di un cartello: una conferma del fatto che, con scrittori così, la giovane letteratura messicana si è ormai lasciata alla spalle la riduttiva e insufficiente etichetta della narcoliteratura.

Ma la lettura più convincente è forse l’ultima, che non esclude le altre e le inserisce in un discorso più ampio, usando la “messicanità” del romanzo per parlare del rapporto tra Potere e Arte in un contesto che non è solo latinoamericano, perché si riferisce a quello che Carlos Monsiváis definiva “l’episodio più grave della criminalità neoliberale”. È così che La ballata del re di denari, nato da un humus apparentemente locale, acquista una universalità che induce chiunque sia oggi consapevole dell’intreccio fra politica, criminalità, corruzione e produzione di cultura in un mondo globale, a riflettere e a interrogarsi sulla possibilità di resistere alla sua crescente egemonia. E quella di un’Arte che sappia fare a meno dei Re potrebbe essere una scelta strategica.

 

 

Questo articolo è uscito su Il manifesto nel settembre del 2011