lunedì 30 giugno 2014

da leggere: Josefina Vicens

 
Josefina Vicens

Il segreto del vuoto

Per molto tempo Josefina Vicens (1911 – 1988) è stata uno dei segreti meglio custoditi della letteratura messicana: autrice come Juan Rulfo di due soli memorabili romanzi e come lui nata in provincia, venne apprezzata da una ristretta cerchia di intellettuali ma per il grande pubblico e per buona parte della critica rimase una sconosciuta, tanto che i suoi libri sono stati per anni introvabili, finché la casa editrice Fondo de Cultura Económica li ha riproposti nel 2006 in un unico volume. Dopo tanta indifferenza, tuttavia, oggi l’esigua opera della Vicens è entrata nel canone dei classici ed è oggetto di studi sempre più assidui, oltre a riscuotere l’interesse dei giovani scrittori messicani e latinoamericani, alcuni dei quali la considerano un punto di riferimento e la citano tra i maestri cui si riconoscono debitori.

Tradotti in Francia già nel 1963 e più tardi negli Stati Uniti, i romanzi di Josefina Vicens sono da non molto disponibili anche in italiano, visto che a vent’anni dalla morte dell’autrice il piccolo editore sardo Angelica ha pubblicato Los años falsos (“Gli anni falsi”, 2008), uscito in Messico nel 1981, e che è da poco in libreria El libro vacío (“Il libro vuoto”, Editori Internazionali Riuniti, pag. 175), proposto nel 1958 da uno dei migliori editori del tempo, l’esiliato spagnolo Rafael Jiménez Siles, e ora tradotto da Roberta Arrigoni che, nella sua acuta postfazione, fa un’intelligente analisi di un testo divenuto leggendario almeno quanto la personalità dell’autrice.
Nel Messico degli anni ’50, una presenza come quella della Vicens appariva senz’altro inusuale: una figuretta androgina in panni maschili, che non si curava di nascondere le relazioni amorose con note attrici dell’epoca, come Anita Blanch o Raquel Olmedo. Ma, al di là delle apparenze mascoline, furono le sue scelte a renderla un personaggio fuori contesto in un paese dove l’indiscusso modello femminile era quello della moglie–madre disposta all’umiliazione e pronta al sacrificio; sostenitrice del suffragio femminile, sindacalista di primo piano, combattiva notista politica e cronista della tauromachia, donna indipendente e solitaria che era entrata nel mondo del lavoro a quattordici anni, Josefina Vicens aveva scelto di sottrarsi radicalmente all’universo chiuso, domestico e sottomesso al quale le convenzioni, la scarsa istruzione e il corpo in cui era nata sembravano destinarla.
Il fatto che al centro dei suoi romanzi ci siano due uomini (l’impiegatuccio José Garcia in “Il libro vuoto” e il rampollo delle classi alte Luis Alfonso Fernandez in “Gli anni falsi”), che parlano di sé in prima persona, rivelando la propria sostanziale incapacità di affrontare la vita e il rapporto con gli altri e con sé stessi, hanno indotto alcuni critici a parlare di travestitismo letterario, e gli altri a suggerire che avrebbe utilizzato la voce dei suoi protagonisti solo per colonizzarla e irrompere con forza nel discorso letterario maschile, irridendolo sottilmente.
Entrambe le suggestioni sono però troppo facili, e ha ragione piuttosto Fabienne Bradu quando  sostiene che “Il libro vuoto” è profondamente flaubertiano: come il creatore di Madame Bovary, anche la Vicens  poteva affermare José Garcia sono io perché, come ribadì spesso in articoli e interviste, a lui aveva attribuito il suo problema, ossia l’impossibilità e al tempo stesso la disperata necessità della scrittura. Il tema di “Il libro vuoto”, testo singolarmente scabro e asciutto che sembra riflettere su sé stesso, elaborato in otto anni di lavoro e limato con estenuante acribia fino all’ultima prova di stampa, è proprio questo: l’inferno bianco della pagina da riempire, intollerabilmente deserta e perciò destinata a farsi carcere e gabbia per chi si misura con essa.
Sin dalle prime righe José Garcia ci dice di essersi procurato due quaderni, uno nel quale raccogliere appunti e spunti per il suo libro futuro, l’altro pronto a ospitare il testo ormai levigato e rifinito che permetterà al protagonista di trovarsi e riconoscersi, ossia di esistere davvero al di là del lavoro squallido, delle ristrettezze economiche, dei figli quasi estranei, del legame con una moglie rassegnata e dei sensi di colpa per uno svogliato adulterio. Ma solo uno dei quaderni, quello degli appunti, verrà riempito dal disordinato flusso di coscienza cui Garcia ricorre per raccontare una vita irrilevante e soprattutto per scrivere del proprio non scrivere, mentre sul secondo quaderno non verrà tracciata una sola riga, nell’inutile attesa di una frase di attacco forte, esatta, incisiva, che se ne trascini dietro una seconda e una terza. E alla fine José, scrittore senza letteratura, si ritroverà ad aver scritto un non-libro, un antiromanzo fondato sull’impotenza che sperimenta ogni sera, quando tenta invano di trasferire qualche parola dal quaderno pieno a quello vuoto, che è invece il vero libro, l’autentico romanzo, in cui l’ordine perfetto della pagina bianca resta aperto a ogni possibilità, mentre il silenzio e il desiderio si inseguono all’infinito. Ma, come nota Roberta Arrigoni a chiusura dell’ottima postfazione, non c’è troppo da compatirlo, perché la sua sorte non è in fin dei conti peggiore di coloro che verranno dopo di lui, e che Péter Esterhazy descrive così: (Lo scrittore postmoderno) è silenzioso, tiene la bocca chiusa, nel migliore dei casi se ne sta seduto a trafficare ed è già contento se riesce a descrivere il foglio di carta sul quale sta scrivendo.

Questo articolo è stato pubblicato su Alfabeta nel giugno 2014.